Il mio canto libero..

Chi mi conosce da tempo, sa che io non ‘festeggio’ l’8 marzo. Persino la definizione “festa della donna” mi dà fastidio fisico. E, se ci riuscite, evitate di ‘incasellarmi’ in qualche ‘definizione’ già confezionata x questo mio atteggiamento. Mi stanno ugualmente sulle balle, le donne che oggi vanno a vedere gli strip men, così come quelle che si stracciano le vesti per le povere operaie morte nel rogo della fabbrica, tanti anni fa. La vita è oggi, non ieri, non ancora domani.

Oggi.

E basta aprire un giornale e guardarsi un po’ in giro per capire che non ci sono motivi x festeggiare la Donna oggi. E nemmeno x stracciarsi le vesti. Ma ci sono milioni di motivi per FARE. Ognuna a modo suo. Ognuna con le sue idee. Con la sua realtà. Fare x se stesse. Fare x le amiche. Fare x il mondo. Fare x i figli e le figlie. Fare. Libere. Libere di mostrare le infinite sfaccettature che abbiamo. Perchè tutti quei neuroni che abbiamo, che ruminano sempre pensieri e che il mondo maschio, non può fare a meno di guardare perplesso senza capire, con un misto di invidia e rassegnazione, tutti quei neuroni, dicevo, devono pur servire a qualcosa oltre a incasinarci la vita, giusto?

E allora donne…usateli quei neuroni! Anche x prendervi la libertà di non usarli per un giorno, ma per un giorno soltanto..

Non festeggiate l’8 marzo.

Iniziate l’8 marzo. (Ma anche in qualsiasi giorno dell’anno..)

Non sentite che bello il suono di questa parola? Inizio.

Iniziate a fare. Qualcosa di piccolo. Non un impresa titanica, x carità. Una cosa quasi impercettibile, ma che vi piace. Qualcosa che potete ripetere domani e dopodomani. Che diventi un’abitudine. Tutta vostra. E profumi di libertà. E vi faccia sorridere.

Quel sorriso è la nostra festa. Quel sorriso è il giusto tributo per quelle povere operaie. Quei sorrisi che sono forza e rispetto x noi stesse. Che diventa aiuto anche per chi di noi è in difficoltà.

E per una volta, lasciatelo fuori il mondo maschio!

Perchè se vi ama davvero, impazzirà x quel sorriso.. 😊

Insulti..sgarbati..

Sgarbi.. Mi chiedo sempre perchè voglia essere ricordato x le volgarità. Ho l’età x capire che le sue sono sempre estreme provocazioni, ma ho scoperto sul finire degli anni dell’asilo, che le parolacce non rafforzano affatto un discorso. Anzi. Qualsiasi concetto, benché giusto, viene oscurato e/o
sminuito dalla volgarità. Purtroppo se il vocabolario di una persona scarseggia, in certe situazioni diventa quasi inevitabile l’uso di un gergo volgare. Ma non è certo il caso di Sgarbi. E nemmeno ironizzare su ‘in nomen omen’, (Vittorio Sgarbi cioè “La vittoria dello sgarbato”?), credo possa spiegare il motivo delle sue continue volgari e aggressive esternazioni. Non credo necessiti di una ‘analisi psicologica’ e comunque io non sono in grado di farla. Ho chiesto più volte di lui ad un amico comune, ma a parte la stima indiscussa  x l’esperto d’arte, non sono comunque riuscita a capire questo suo aspetto e non posso pensare che sia SOLO x il vil denaro.. E nemmeno la necessità di sintesi tipica di questo tempo e dei social, può spiegare l’arcano. Come dice sempre un caro amico, la sintesi richiede tempo x elaborare un concetto fino a tirarne fuori la sola essenza, concentrata in poche, selezionate, pensate parole. La sintesi di un concetto è tutto tranne che una parolaccia, insomma.
Recentemente e con immenso piacere, ho avuto il privilegio di ascoltare dal Prof. Guido Saraceni, una ‘rilettura filosofica’ (posso chiamarla così, Prof?) di una delle mie commedie teatrali preferite, il Cyrano de Bergerac di Rostand.

Ecco.. Ogni volta che sento o leggo insulti infarciti di volgarità, mi viene in mente il famoso monologo del naso, dove Cyrano fa sapiente uso di sarcasmo e ironia e delle parole (e perché no, anche di sintesi..):
“IL VISCONTE: Ah……avete un naso troppo grande……

CIRANO, (grave.): Infatti!

IL VISCONTE, ridendo: Ah!

CIRANO, (imperturbabile.): Questo è tutto?….

IL VISCONTE : Ma…

CIRANO: È assai ben poca cosa!

 

Se ne potevan dire…. ma ce n’erano a josa, variando di tono. — Si potea, putacaso, dirmi, in tono aggressivo: «Se avessi un cotal naso, immediatamente me lo farei tagliare!»

Amichevole: «Quando bevete, dée pescare nel bicchiere: fornitevi di un qualche vaso adatto!»

Descrittivo: «È una rocca!… È un picco!.. Un capo affatto! Ma che! l’è una penisola, in parola d’onore!»

Curioso: «A che serve quest’affare, o signore? forse da scrivania, o da portagiojelli?»

Vezzoso: «Amate dunque a tal punto gli uccelli, che vi preoccupaste con amore paterno di offrire alle lor piccole zampe un sì degno perno?»

Truculento: «Ehi, messere, quando nello starnuto il vapor del tabacco v’esce da un tale imbuto, non gridano i vicini al fuoco nella cappa?

Cortese: «State attento, che di cotesta chiappa il peso non vi mandi per terra, a capo chino!»

Tenero: «Provvedetelo di un piccolo ombrellino, perchè il suo bel colore non se se vada al sole!»

Pedante: «L’animale che Aristofane vuole si chiami ippocampelofantocamaleonte tante ossa e tanta carne ebbe sotto la fronte!»

Arrogante: «Ohi, compare, è in moda quel puntello? Si può infatti benissimo sospendervi il cappello!»

Enfatico: «Alcun vento, o naso magistrale, non può tutto infreddarti, eccetto il Maestrale!»

Drammatico: «È il Mar Rosso, quando ha l’emorragia!»

Ammirativo: «Oh, insegna da gran profumeria!»

Lirico: «È una conca? Siete un genio del mare?»

Semplice: «Il monumento si potrà visitare?»

Rispettoso: «Soffrite vi si ossequii, messere: questo sì che vuol dire qualcosa al sole avere!»

Rustico: «Ohè, corbezzole! Dàgli, dàgli al nasino! È un cavolo gigante o un popon piccolino?»

Militare: — «Puntate contro cavalleria!»

Pratico: «Lo vorreste mettere in lotteria? Sarebbe il primo lotto!»

O in fin, parodiando Piramo, tra i singhiozzi: «Eccolo, l’esecrando naso che la bellezza del suo gentil signore distrusse! Or ne arrossisce, guardate, il traditore!»

Ecco, ecco, a un di presso, ciò che detto mi avreste se qualche po’ di spirito e di lettere aveste. Ma di spirito, voi, miserrimo furfante, mai non ne aveste un’oncia, e di lettere tante quante occorrono a fare la parola: cretino!

Aveste avuto, altronde, l’ingegno così fino da potermi al cospetto dell’inclita brigata servirmi tutti i punti di questa cicalata, non ne avreste nemmeno la metà proferito del quarto d’una sillaba, chè, come avete udito, ho vena da servirmeli senz’alcuna riserva, ma non permetto affatto che un altro me li serva.”